domenica 20 maggio 2007

PENSIERI QUOTIDIANI

Anno scolastico 1967/68. Liceo Scientifico Paolo Lioy, Vicenza.

E risiamo a ottobre. Quest'anno hanno cambiato la sede della scola, c'hanno mandato a San Michele. Ho trovato dei compagni novi, Zamperetti, Maurizio Danieli e s'e' fatto subito amicizia, infatti con Zampirletti mi sono messo compagno di banco e Maurizio davanti a noi. Ci siamo subito 'ntesi, Cioe' praticamente ci siamo messi a giocare a poker con le carte piccine quasi da subito e s'e' giocato tutto l'anno. Se un mi ricordo male s'era in 33 o 34. Ma poi c'arrivo. I professori sono eguali. C'e' 'l solito Saccardo di matematica, che se un ci fosse lui bisognerebbe 'nventallo. C'e' 'l solito democristo di Lovato, storia filosofia, l'Ameba di Scienze (si chiamava Giannina Boscaro, sara' stata alta 'n metro e cinquanta e nun sta'a mai ferma colle mani, ecco perche' Ameba), di quegl'altri nun me ne ricordo. Poi c'e' Pietro e Fontana Tre Capelli, i Bidelli. Mamma che 'nverno freddo. Arrivavo alle 7 e mezzo cosi' mi fumavo, fori, due o tre sigarette e poi s'anda'a a giocar' a poker, 4 o cinque ore 'l giorno. Tanto io passavo pe uno de' meglio della classe e anco se vedeano faceano finta di nulla, e cosi' avanti. A matematica andavo benino, perche' mi garba'a di molto, la studivo il giorno e qualche volta la notte, ma alle 5 e mezzo andavo al Caffe' Garibaldi per gio'are al biliardo fino alle 7 e mezzo, carambola, Goriziana, boccette, ma mi garba'a la carambola, e m'ero anco comprato una bella stecca, smontabile, mi pare d'avegli dato una sessantina di migliaia di lire. Ma al Garibaldi ci s'andaa anche la mattina quando si facea forca a scola, se un era caldo che allora s'ndava a Monte Berico. Alla fine di maggio ci siamo contati a Monte Berico, s'era fatto forca li' in 514. Va be s'andava avanti, a primavera cambiano 'l preside, da Ginetto Giaretta a uno che nun mi ricordo ma che era stato professore di matematica e ci teneva che la scola facesse bella figura, e l'ho detto, passavo per uno de' meglio.
Ma cambiano anche il professore di matematica, a maggio, e viene uno che si chiamava (mi dispiace perch' e' morto) Biscaro, si' Bischero di nome e di fatto..
Io e Zampirletti si continuava a gio'are a carte. 'L giorno degli scrutini di giugno Bischero ci trova le carte e fa la nota sul registro e ci manda fori di classe e chiama Fontana Tre Capelli per mandare il registro dal Preside. Quando ritorna ci fa : "Si proprio dei mona!"- 'Cossa ghe xe Fontana?"- "El ve gha da' 3 giorni de sospensione e anco' ghe xe i scrutini, ande' dritto a setembre, se ve va ben!"
Lo guardo e gli fo:"Fontana, dame qua 'l registro che ndemo dal Preside!'. Tira molla Fontana Tre Capelli ci da il registro. Busso dal Preside e gli fo:" Ma come, ci da' tre giorni solo perche' l'ultimo giorno ci siamo un po' divertiti?". Il Preside mi guarda, balbetta: " Ma e' Lei? Si ho sbagliato! Mi dia il registro". Lo prende, cancella i 3 giorni di sospensione e scrive:"Severamente ammoniti". Con il registro sotto il braccio rientriamo in aula facendo fare la figura del Bischero al Biscaro.
Intanto mi garbava la filosofia, soprattutto quella moderna, ma Lovato era ormai incancrenito dopo anni di insegnamento, diceva le stesse cose e io ce la mettevo tutta per mettere zizzania.
Era forte, cantilenante come un prete dal pulpito, lento: "Santini, the si sempre lo steso. The picaria a chel ciodo lasu' e te tiraria co gli elastegheti nele recie!'
A maggio entra in classe e per la prima volata nella sua carriera ( non avea mai fatto questo filosofo, aveo gli appunti del passato e dicea sempre le stesse cose) fa:" E anco', per Santini, spieghero' Nietzshe" Al che mi alzo e gli fo:"Professore, se lo vole fare per gl'altri bene, io lo conosco di gia'!". Naturalmente si rimane di merda. Du giorni dopo m'interroga: "Ci dica le teorie sociali della chiesa secondo l'enciclica (nun mi ricordo che encicliaca) e le le teorie Di Don Murri". Naturalmente io dell'Enciclica e del Murri un sapeo nulla. E gli rispondo: "l'enciclica era lunga e un l'ho letta tutta, poi era in latino, e se mi ricordo bene Murri e' un confetto lassativo, e' socializzante ma e' solo una teoria". S'incazza come una iena democristiana..
Quando mi madre va agli ultimi parlari prima della maturita' l'avverte che saro' inequivocabilmente bocciato. Lascio alla fantasia quello che poi successe fra una Toscana vera e un pistoiese, allora, ancora non immandrillito. Poi me ne fregai e mi occupai, come tutti, della guerra dei sei giorni, che ci prese tantissimo, tutti i giorni, al Bar Da Remor, fra un Bianco Sarti e un Americano. Letigate perche' io con gli Israeliani e tutti quegl'altri con gl'arabi. Tant'e' vero che un studiavo, ma c'era 'l Bignami (benedetto da Dio).
Gl'ultimi giorni si scola s'organizza un pic-nic in classe di scienze, all'ora dell'Ameba. Zampirletti, Bianchini e io ci si mette sul primo banco, s'apparecchia e ci si mette a mangiare ova, affettati, pane e vino mentre l'Ameba spiega. Un'ha fatto 'na grinza. Poi arriva la ricreazione e mi prega di rimanere 'n classe, mi guarda e mi fa:"Santini, proprio da te questo un me lo sarei aspettato. Lo sai che quando venne 'l Duce a vicenza nel settembre del 38 io era nel coro che Gli cantava, e fra tutte venne da me e m'accarezzo'?". Fine.
Pover'Ameba, quando s'era nella sede vecchia di Piazza San Lorenzo l'aula di scienze aveva una cattedra enorme e quando l'Ameba si mettea se'dere le venia fora altro che la testa, allora 'na mattina gli si taglio' le gambe della seggiola, Lei entra, si mette a se'dere e scompare dietro la cattedra, scompare completamente.
Il prof. Saccardo 'nvece da'a i voti a seconda di do'e tu eri di banco, 'n'importava se ave'i fatto 'l compito bene o male, quelli della prima fila tutti 8 quelli dell'ultima tutti 5. Ma quando la notte 'n si sapea dov'andare anco se ra le tre di mattina si potea finire alla su villa di Montecchio Prcalcino, lui ti venia 'aprire colla veste da notte e poi comincia'a 'aprire le su' buttiglie di vino e s'arriva'a anco fino 'lla mattina. E lungo la strada si sentia quel bon profumino di grappa fatta 'casa che l'era un toccasana.
Maurizio Danieli, ch'era 'n ripetente,era convinto d'essere ribociato. 'na mattina Lovato lo chiama fori e lo 'nterroga. Maurizio risponde alla bell'e meglio. Lovato, colla solita cantilena gli fa:"Daniielii, se ti teeee sareee promossoo innnn Storia e Filosofia mi me tajo la man col menarin (=accetta)".
Orbene si va 'll'sesame di maturita'. Compito d'Italiano, nessuno ci capisce nulla. Il preside di commissione era un fratacchione, anche bono. Io copiavo a man bassa, me lo trovo di dietro e mi fa:"Con discrezione, ragazzo, con discrezione!!". Per fortuna s'ando' tutti fori tema, 'n tutt'Italia e quindi sei a tutti.
Compito di matematica, difficilino. Colpo di culo, azzecco subito la soluzione e mi riesce di passarla a quasi tutti, Danieli compreso.
Comito di Latino, Tacito, altro culo, che aveva il vocabolario giusto e sapea cercare c'era tutte le frasi piu' difficile di bell'e tradotte.
Tedesco, lo parlao bene, anco perche' con mi madre si parlaa piu' spesso 'n tedesco che 'n Italiano. Vo carico di tutti i Duden che poteo portare. Disastro!. E cosi' avanti.
Orali. Benino. Rimedio al compito d'Italiano grazie al Bignami sul Paradiso, che a me il Paradiso 'n m'e' mai garbato. Latino, ancor'oggi se mi date una poesia latina, anche se 'n l'ho mai letta, ve la leggo in metrica. Dio Bono!, mi fa leggere qualcheccosa di Catullo ('n l'ho mai sopportato,) sbaglio tutta la metrica, ma ero uno de' po'hi che avea letto 'n metrica. Ando' 'n brodo di giuggiole. Tedesco, mi metto a parlare direttamente 'n tedesco, rimedio al disastro del compito. Storia, e mi domanda quello che sapeo meglio, la storia della Russia dell'ottocento e poi, anche se 'un era 'n programma, la prima guerra mondiale. Ci zompo dentro, col fratacchione tutto contento. Filosofia, che culo, mi domanda Schopenauer, poi mi va su Croce, ti poi 'mmaginare, mi stava sul cazzo. Guardo il professore e 'l fratacchione e gli fo:"Ma sa su Croce 'n sarei mi'a tanto preparato, ma, tanto 'l periodo e' lo stesso, potrei parlare di Gentile". Il professore, contento dell bella figura di Storia guarda 'l fratacchione che annuisce. Bene, esco. e qui viene 'l bello.
Fori c'e' Danieli che mi fa:"Dimmi qualcheccosa alla svelta su un paio di filosofi. Che gli poi di' in 5 minuti. Mi pare che gli dicessi su Spencer e su Botreaux. Va dentro e altro che a ui gli fanno leggere una pagina d'un libro che si sarebbe dovuto leggere durante l'anno, ma che neanche Lovato aveva aperto. 'l professore lo guarda e gli fa ;"Non le sembra, ragazzo, che questa pagina rispecchi l'idea di.....?" Danieli, colla tranquillita' del condannato a morte prima dell'esecuzione lo guarda e gli fa:"No, secondo me queste sono l'idee di Spencer e Botreaux!'" Ci stavano come i cavoli a merenda. Stupito 'l prof lo fa parlare, Maurizio gli dice quel po'o che gl'avevo detto io e lo 'nfarina. 'nsomma un successone.
Vengano for'i risultati. Si va a ve'dere. Maurizio:"Vai te a vedere, per piacere, che tanto te sei promosso, poi mi dici di me che mi preparo allo scontro col babbo". vo, io la media dell'otto, perche' 'n italiano e disegno aveo 6 ma c'era il 10, in matematica, storia e filosofia. Guardo per Maurizio, PROMOSSO! Tutti dei bei 6 e due *, uno 'storia e quell'altro 'n filosofia.
S'esce e li' vicino c'era un ferramenta e va a comprare l'accetta per portarla a Lovato, per tagliassi la mano. 'n lo so' se poi gliel'ha portata, anche perche' ci s'imbriaco' in scala 'ndustriale, mi pare a casa del prof. Saccardo. Fine dell'anno scolastico.

Novembre 1968

Massimo Sovrano Ordine della Parocchia Vicentina

Corrente l’anno XI dall’imposizione della famigerata Legge Merlin (ab XI anno da Merliniana Lege imposita)(1968), nel mese di novembre, essendo Pontefice Massimo del Massimo Sovrano Goliardico Ordine della Parocchia Vicentina (Maximus Pontifex Sovrani Parociae Vicentinae Maximi Ordinis) tal Restiglioni (al secolo Restiglian), coadiuvanti tal Chiesa (hodie summus Advocatus), tal Nordera (hodie ductus Medicus dementorum), tal Tappo (al secolo Vannozzi), tal Maran, tal Ellero (hodie Magistralis Magister Advocatorum), tal Santini (temporibus illis Magister Faseolorum) et altera gens, fu deciso, stante una rappresentazione al Teatro Olimpico di tal Ruzante avente attrice una tal importante Diva a nome Milva di accordarsi con la stessa e con l’allora suo coniuge Corgnuti (al secolo Corgnati) per un rapimento goliardico della stessa. Le trattative andarono avanti con il Corgnuti, addivenendo alla data stabilita e sul luogo ove condurre la rapita ed il coniuge. Il Corgnuti scelse l’allora veccchio “Penacio” decidendo lui stessso il menù (a spese nostre) con accompagnamento di Durello (ogni commento è privo di fondamento). Tutto ciò stabilito il giorno fissato per l’atto il Corgnuti, a poche ore dall’evento, ci fece presente che il tutto non poteva aver luogo perché avrebbe potuto nuocere alla carriera della consorte. Il Goliarda deve accettare qualsiasi scherzo ma no di essere preso per i fondelli. Alla mattina susseguente, il Maggior Consiglio dell’Ordine, formato da tutti i suddetti, decise che si doveva passare al rapimento de facto. La sera stessa, Palo essendo Nordera con Santini, Tappo al volante dell’auto in moto, Restiglioni e Chiesa acquattati all’uscita posteriore del Teatro, Ellero avendo ripulito la sua magione, attesero l’uscita degli attori che dovevano recarsi a pranzare a casa dell’allora Sindaco Sala. All’uscita della Milva i due, con mossa felina, la caricarono in auto conducendola alla magione dell’Ellero. Una delegazione di tre dei prodi si recava, nel frattempo, alla residenza del Sindaco onde ottenere adeguato riscatto. Il Sindaco, comprensivo delle nostre esigenze alcoliche, ci promise 24 bottiglie di vino francese da consegnarsi alla mattina seguente. Dato che parola di Sindaco mai mentì, accettammo mentre di fronte a tutti noi, in età di testosteroni non dormienti, passava ottimamente messa attricetta di nome Barzini che sbottò in un :”Ma questi pagliacci sanno cos’è il vino flancese? (evve moscia)” Il nostro servizio segreto fotografò opportunamente la stessa. Il Tappo si recò alla magione Ellero riconsegnando alle amorevoli mani del Corgnuti la Milva in ottime condizioni, fisiche e mentali.

Alla mattina susseguente la parola del Sindaco, Parola di Sindaco mai mentì,fu mantenuta ed assieme alle pattuite bottiglie vennero inoltrati 3 biglietti omaggio per la rappresentazione serale a nome Milva. Alla sera, impaludati come convenivasi a Persone di Rango dell’Ordine, quali eravamo, il Restiglioni, il Maran ed il Santini assistettero allo spettacolo, intervistati poscia dalla Television di Stato e fotografati nella loro splendida bellezza e austerità da varie testate nazionali importantissime (forse Grand’Hotel e/o Novella 2000). All’atto degli applausi finali il Restiglioni ed il Maran recavansi sul palco onde consegnare alla suddetta ex rapita un bouquet di 50 (dicansi cinquanta) rose rosse. Il Santini, al quale si erano aggiunti gli altri Maggiorenti dell’Ordine sunnominati, entrava in proscenio recando seco un Pitale ricolmo di carciofi che veniva opportunamente consegnato alla Barzini fra il tripudio del popolo.

L’Ellero, giunto alla notorietà grazie alla sua disponibilità come grazioso carceriere, sbottò in una promessa epica: “Il giorno della mia Laurea offrirò a tutti voi fratelli goliardi per vostro piacere ludico 50 attricette, cinquanta”. Pasciuti dalla notorietà ottenuta a livello nazionale e della promessa così graziosamente elargitaci dall’Ellero, in attesa che questa si avverasse, i Membri del Sovrano Ordine recaronsi, tutti uniti, a degustare (farse fora) le bottiglie così ottenute. Del mantenimento della promessa potrò parlare in successiva missiva.

L’anno susseguente essendo il Santini in quel delle Focette fu riconosciuto dalla Milva qual un dei suoi rapitori ed invitato a scortarla sottobraccio alla Bussola onde goder , a spese della stessa, di una serata in tal locale. Nel frattempo erano giunte voci che il Corgnuti fosse sparito dalla vita di tal mirabile et ultrapulchra attrice e cantante, peraltro gentile e bellissima. Dixi et scripsi

24 agosto 2009

Persia, Iran. Come suonano belli questi nomi!

Persia, il paese di Ciro e dei Sassanidi, Iran=il Paese degli Ari. Il Re si intitolava “Shah-an-Shah, Ariamer” Re dei Re, luce degli Ari, il monumento bianco fuori dell’aeroporto di Tehran, se non lo hanno distrutto era “Ariamer”, la luce degli Ari, ed Ario era un nome Romano.

Mi sono innamorato della Persia quando ci insegnavano Storia (sono sempre stato dalla parte di chi perde), come facevano a perdere contro i Greci? Erano stupidi?

Poi la crisi religiosa che tutti attraversano, che mi ha portato a studiare Zarathustra e la sua religione, una delle basi del Cattolicesimo con la nozione di Inferno, Paradiso e Limbo e lo scontro fra la potenza celeste e quella infera. e di seguito Nietzsche (che con Zarathustra non c’entra niente) ed a continuare a studiare una Nazione particolare.

Poi il mio lavoro, nel 1974 (novembre), mi ha portato in quella Nazione tanto amata, sui libri.

La prima volta che sono volato via piangevo perche’ pensavo di non vederla piu’. Conoscevo per via scritta tutto ma, metempsicosi?, io avevo vissuto la’. Avevano i colori della nostra Bandiera, con il Leone di Persia brandente la spada (sembrava il Leone di San Marco). Poi ci ho lavorato piu’ di 5 anni.

Il destino mi ha portato a conoscere, anche per mia curiosita’, molto di quel Paese, avevo anche imparato a scrivere e parlare quella Lingua, interessante a sapere, di origine Indoeuropea, scritta in caratteri arabi modificati, una lingua che e’ stata per secoli la lingua franca per tutti i commercianti, la lingua parlata dal nostro Marco Polo da S. Giovanni d’Acri alla corte del Khan.

Quando sono arrivato era un paese ricco, libero. Non ho mai sentito parlare di religione. Nessuno chiedeva il visto. Le donne, molto belle in generale, si vestivano come volevano, se volevano lo Chador se lo mettevano, senno vestivano all’europea. E poi lo chador non e’ ne’ piu’ ne’ meno che il velo che le nostre donne si mettevano per entrare in chiesa.

La sera tardi od, al piu’ tardi, la mattina presto si avevano i giornali italiani, in primis “Il Corriere della Sera”. Nel 1974 c’era la teleselezione con tutti i paesi del mondo.

La liberta’ era totale. Il giovedi’ sera (la festa settimanale, come nella maggior parte dei paesi islamici, e’ al venerdi’) andavo con gli amici a cercare caviale di contrabbando (1 kg 15.000 lire di allora), poi si comprava la vodka (ottima) “Piruzeh” o “Esphandieh”. A 3.000 lire italiane di allora al litro e si pasteggiava in un ristorante libanese che ci preparava il pane, il burro etc. etc. per pochi Riyals. La sicurezza era totale. Non c’erano visti di entrata o di uscita, ne’ per gli stranieri ne; per i locali. Il credito era garantito a tutti.

La mia ditta aveva sede in Villa Avenue (Villa era un signore trevigiano, che aveva aiutato Shah Rezha negli anni trenta, non ricordo a far cosa). Li’ c’era, nello stesso palazzo, anche la sede dell’ENI. C’erano locali notturni, tutto era libero.

Ti consigliavano di noleggiare le auto con autista, perche’, in caso di incidente, tu te ne potevi andare perche’ era colpa dell’autista. Andando ad Isfahan vedevi solo file di camions da e verso la Turchia, senza soluzione di continuita’, camions che andavano a Tehran ma anche verso l’Afghanistan, dove c’era ancora il re (sono stato anche la’ quando c’era il re e commerciavamo anche con loro, per me un posto bellissimo, gente fiera che Ettore Mo’ ha descritto perfettamente nelle sue corrispondenze di guerra). Una cosa incredibile. Conoscevo dei veneziani che compravano un camion nuovo, lo caricavano di quello che trovavano, non importava cosa, e via a Tehran. Arrivati mettevano in vendita camion e merce e se ne tornavano a Venezia, ricchi come nababbi. A me avevano chiesto diversi camion carichi di ciucciotti di zucchero per bambini!

I citta’ esistevano solo pochi taxi e quindi o noleggiavi un’auto con autista o, se sapevi dove eri e dove volevi andare, ti mettevi a lato strada ed urlavi la direzione, ed i privati ti prendevano su e ti portavano avanti e cosi’ via, costo di allora 100 lire, ogni circa due chilometri,che tu lasciavi sul cruscotto, questo notte e giorno, uomini e donne, e non succedeva niente a nessuno. Il venerdi’ in giro o al Bazar. Gli ulema mettevano a disposizione delle mense per tutti, “Shish-kebab”, ti servivano acqua fresca in continuazione e ti servivano a poco prezzo un piatto di riso con uno spiedino di montone ed un uovo o “Juje Kebab” che al posto del montone serviva pollo. Questo e’ tutto quello che ho visto di religioso nei miei anni li’. Una branca della mia ditta doveva studiare un sistema di transumanza dei montoni per fare in modo che alla fine della transumanza gli animali si trovassero alla partenza con l’erba fresca ricresciuta, evitando, cosi’, di importare la carne dalla Nuova Zelanda.

La comunita’ di discendenza ebraica godeva e gode di tutte le liberta’, come le ha sempre godute sotto l’impero ottomano, di cui l’Iran era parte. Tale comunita’ e’ la piu’ cospicua del mondo islamico ed ai tempi miei Mehrabad l’aeroporto di Tehran) , era l’unico aeroporto dove i voli della El-Al parcheggiavano gli aerei vicino a quelli delle compagnie arabe e nessuno diceva niente, mentre in tutti gli altri aeroporti quando per esportare in paesi Arabi dovevo mostrare i documenti che nessuna parte della merce era di provenienza israeliana e per andare a chiedere il visto di ingresso in certi paesi arabi dovevo mostrare il certificato di battesimo!!!!!! Per dimostrare che non eri circonciso)

La radio Israeliana ha trasmissioni giornaliere in lingua Farsi e nessuno ha ancora scritto sui testi sacri dei nostri giornali che sia stato ammazzato un ebreo in Iran per il solo fatto di essere ebreo, ancora oggi.

I miei amici mi avevano introdotto a corte, non ho mai incontrato lo Shah, ma un paio di volte al mese ero invitato dalla sorella gemella dello Shah, Ashraf, che era tanto intelligente quanto brutta come la peste. Li’ ho conosciuto i personaggi della “Fondazione Pahlavi’, Dal Governatore di Meshed , Najafi, al direttore della Iran Air. Si beveva vino Persiano della zona di Tabriz (Chateau Shardast e Chateau Rezaje), ottimi vini fatti dai francesi perche’ noi Italiani pensavamo a trivellare di traverso non ad incrementare il nostro commercio, tanto lo facevano i veneziani come 1.000 anni fa.

Poi sul Corriere della sera appaiono articoli strani, tutti i giorni, in prima pagina di un cero Michael Focault ed in terza pagina di un certo Alberto Moravia (l’emeroteca per controllare e’ a disposizione di tutti), grandi personaggi, che avevano capito tutto della Persia, ne conoscevano la Storia, la Lingua, tutto insomma.

Li leggevo al ristorante “Khansalar” (la cantina del Khan), l’unico posto dove si sia fatto un attentato nella cosiddetta Rivoluzione. Nessuno li censurava, in una Taverna (salar>cellar) tutti erano liberi, come aveva detto Omar Khayam (chi era costui?) nel suo splendido “Rubayat” che nessuno ha mai tradotto in Italiano, o forse lo ha tradotto dalla versione inglese di Fitzgerald del 1859, che aveva capito tutto, tanto che lo ha tradotto con la rima persiana anche in Inglese. E questi due Soloni (Solone aveva gia’ giudicato Creso nelle Storie di Erodoto), e gli articoli non erano censurati. Il Solone Moravia scriveva articoli in terza pagina copiati da chi sa cosa, perche’, secondo me, la Persia la aveva studiata sui libri delle medie. L’atro coglione francese proclamava che doveva tornare Khomeini, perche’ lui avrebbe dato la liberta’ al Paese ed avrebbe abolito lo Chador (Lo aveva gia’ abolito, come dovere, Sua Maesta’ Fahra Diba), che tutto sarebbe andato bene (Per le compagnie petrolifere francesi), e nessuno censurava.

Abbiamo visto i risultati. A proposito, visto che adesso stanno vendendo che il regime Ulemico ha espanso l’istruzione, ai tempi di Rehza Pahlavi il grado di istruzione era dell’86%, visto che la popolazione Persiana e’ in maggioranza fatta di giovani, sia ai tempi dello Shah che ai tempi degli sponsorizzati odierni. Gli articoli dei due Soloni erano pressoche’ giornalieri.

Quando tutto e’ cambiato, un giorno, non ricordo il quale, Il Corriere della Sera, in quarta pagina ha pubblicato un corsivo del sig. Focault, dove si scusava di aver avuto delle visioni da “assassino” (aveva letto gli articoli del Solone Moravia che parlava della setta Persiana degli “Assassini’ associandoli all’uso dell’Hashih), ossia aveva fumato un sacco di erba. E’ tutto controllabile.

Io non ho mai visto alcuna rivoluzione; si, abbiamo capito che le cose stavano cambiando e siamo riusciti a scappare. Ma gli Italiani non hanno capito niente di quel Paese, escluso Enrico Mattei ed il Sig. Villa trevigiano ed i rampolli di Casa Saboia, l’erede al Trono (sic) ha come terzo nome Ciro, e che suo padre si e’ sposato a Tehran.

Ho visto da lontano Fahra Diba, la bellezza ed una principessa di natura, ho visto Soraya Esfandiari (di una tribu’ che aveva combattuto il cosacco che sarebbe diventato Shah Rehza). Ho visto anche l’ultima moglie morganatica dello Shah, una donna di uan bellezza superiore, dai capelli e dalla carnagione ramata come ogni vero persiano deve essere.

Non questo Ahmadinnejad, che e’ di discendenza Afgana, ove si parla un dialetto persiano, come in gran parte dell’Asia Centrale. Da un Afghanistan da cui venivano le piu’ belle miniature (Herat) ai tempi dell’impero Ottomano, in aperta contraddizione con le leggi “islamiche” che vietano di dipingere uomini e cose (leggere “Il mio nome e’ Rosso” del premio Nobel Ohmar Pamuk).

Nel 1976 lo Shah aveva messo in moto e portato in porto il progetto “Nourishment”, che prevedeva di fornire a tutti gli studenti persiani a spese dello Stato quanto era necessario giornalmente in termini di nutrizione.

Tutti noi stiamo giudicando due Paesi, l’Iran e la Turchia, dei quali non sappiamo assolutamente niente, dei quali conosciamo a sommi capi la storia, la cultura, gli usi, i costumi, i perche’.

Scriviamo e non sappiamo che cosa e’ la differenza fra Sunniti e Sciiti, soprattutto se sono duodecimani, in attesa di Muhammad-al-Mahdi, che non sara’ certamente uno di questi Ayatollah.

Comunque a favore di questi Sciiti, si deve dire che, in nome di Ali’, non sembrano avere paura di niente, all’interno come all’esterno, per cui risulta simpatico anche l’afghano Ahmadinejad, cosi’ come i suoi rivali.

A proposito, la nostra scienza deriva da piccoli personaggi come Avicenna ed Averroe’ (lo diceva anche il Padre Dante). Insegnavano a Baghdad, parte dell’Impero Persiano, perche’ erano Persiani,

Vogliamo cominciare a rivedere e studiare la loro, nostra storia, e vogliamo convincere la comunita’ persiana di Vicenza a venire allo scoperto, per la reciproca comprensione. Vogliamo, in generale, parlare di popoli e paesi scrivendo il perche’ ed il percome prima di esprimere, anche nel mio caso, delle valutazioni?

E’ stato tutto molto lungo, ma sono disponibile a continuare, purtroppo ne avrei ancora da raccontare, con 5 anni di lavoro nella terra deli Ari.


7 agosto 2010, sabato

Vivo fuori Vicenza da due anni, dopo 50 anni di "piazzaiolo". Vivo fuori, non so quello che è successo e quello che succede, i costi per venire in città sono alti: i kilometri, il parcheggio, i mastini delle multe, il bere con gli amici. Vengo per lavoro o necessità.
Come sono arrivato stamane incontro Franco: "Ieri sono stato al funerale di Gianni Sax". Un pugno nella testa! "Ma era sul giornale!". Sì, nella pagina degli spettacoli, che non leggo. Ero a Vicenza anche ieri,averlo saputo aleno l'ultimo ciao! Pazienza.
Tutt'ad un tratto sono tornate alla mente le cose di 50 anni fa, le cose del sodalizio con Gianni e tanti altri. In cammino sulla via dei ricordi: il salone Cristallo, desolatamente in decadenza. Quante feste il sabato con Gianni che suonavano e nessuno serviva da bere , ma sopravvivevamo. Nessuna che te la dava (in quei tempi) ma il desiderio di averle vicine e viceversa e Gianni e Ciccio che suonavano fino alle otto di sera, poi tuti a casa per Carosello.
Poi la Basilica: sì, si ballava in Basilica e Gianni e gli altri suonavano e l'ultimo di carnevale si passava in Basilica e ci si giocava anche a basket e quando si usciva, magari con la neve la piazza era illuminata e si arrivava in piazza Biade con il posteggio custodito ed i custodi custodivano la città, non solo le macchine.
Non ho mai capito niente di musica ma Gianni te la faceva entrare dentro. Era amico di tutti e lo è sempre rimasto.
Poi il palazzo del Monte di Pietà, sede del Partito Liberale dove nella sala da ballo Gianni suonava e si faceva amicizia con le persone che sarebbero diventate famose.
Sono passati 40 o 50 anni. Oggi mi sono sembrati eoni, e tutto perchè Gianni se ne è andato senza che lo salutassi.
Ho ripassato la città sulle orme di Walter Stefani ma con i miei ricordi, con una profonda tristezza nel vedere una città viva (ma allora eravamo vivi tutti) in profondo decadimento. Alle 8 la sera si andava a salutare con Gianni ed altri le commesse che uscivano dai negozi per salutarle prima che entrassero sul filobus (sì il filobus). Gianni ed io eravamo alti, ed anche non male, ma oltre il ciao non succedeva niente. Ma eravamo contenti! Si andava da Renzo, si mangiava 5 tartine ed un rosso cadauno. Renzo e la bella Sira:"cosa pagate?" "Una tartina ed un cabernet" "100 lire!" e sapevano benissimo cosa avevamo mangiato e bevuto, e lo stesso era alla Bella Vicenza, da Alcide, al Campanile, al Ciampo, dalla Maria in piazza delle sarpe, al Bersagliere, al Carabiniere assassinato etc. etc. Non facevamo del male, eravamo solo benvoluti e ci si perdonava questi piccoli furti, tanto poi arrivavano le "compagnie della morte" che rimettevano a posto l'incasso. Ci conoscevano, non avevamo soldi, noi non lo facevamo per cattiveria e loro sapevano che un giorno li avremmo ripagati per il loro perdono.
E poi al Moresco o se ci riuscivamo da Tito dopo l'esse di Monte Berico, se qualcuno ci portava, e ci si parlava dei nostri sogni e Gianni qualche volta suonava, e suonava bene. Gli veniva da dentro, era naturale. Io non capivo ma sentivo.
Tutto questo se n'è andato, esiste solo nella mia memoria che Gianni ha riportato.
Grazie Gianni di avermi fatto, con la tua morte, fatto ricodare quello che abbiamo fatto insieme, senza disturbare la città.
Qualche mese fa ti avevo chiesto di far di tutto per portare a Vicenza il mio cantante preferito, Willie Nelson. Mi hai risposto che era morto. Lui è vivo, tu non sei con me.
Grazie, ci vediamo presto!

lunedì 2 aprile 2007

Tanto per ricordassi del passato (forsitan haec, olim, meminisse iuvabit)

CAPITOLO UNO
1949, E PRIMA, FINO AL 56.


Il 9 maggio di 61 anni fa un posso sape' che tempo facea, e poi nacqui di notte e era lunedi'. Mi chiamarono Alessandro, il difensore d'omini, e di se'ondo nome, allora usava, Angiolo, come l nonno. Di'ono che nacqui di carnato scuro, 'l carnato poi si schiari' ma scuro o nero e son sempre rimasto.
La mi mamma si chiamaa Rosanna, era nata il mi stesso giorno nel 23, avea studiato legge all'Universita' di Firenze, con La Pira e Calamandrei, ma un s'era potuta laureare per gli accadimenti di guerra, Pistoia era, nel 44, sotto la Linea Gotica.
Il mi babbo era del 13, del 13 aprile del 13, che poi era domenica, ma per la sfiga che ha avuto poteva anche essere venerdi'. S'era laureato bene a Bologna 'n medicina, studia'a a Bologna perche' nun gli garba'a fare 'l sabato fascista.
Fu richiamato come medico in esercito e servi' 'n Afria Orientale Italiana. Fu preso prigioniero dagl' inglesi, trasferito in Kenya e da li' fin' al Sud Afri'a, quando fu scambiato con de' dottori nemici prigionieri nostri. Durante la prigionia gli fu notificata, dalla posta inoltrata dalla Croce Rossa, la morte della su mamma e'il comandante del campo in quella occasione lo chiamo' "sporco maiale".
Tornato in Italia e co 'na bona conoscenza dell'inglese servi' all'ospedale da campo installato all'interno delle mura di Pistoia dagl' ameri'ani. Di'ono che 'n Africa contrasse la malattia che lo porto' alla morte.
Nel dopoguerra si specializzo' in ortopedia co' i corsi brevi che allora si faceano per rimettere in campo quelli che erano necessari alla vita quotidiana.
Poi c'erano i nonni.
Quello da parte del mi babbo veniva da Spignana, vicino al fiume Lima,(proprio da quell'altra parte e' nato Enzo Biagi, e ha fatto bene a nasce' di la', cosi' un e' nato n Toscana) in mezzo alle montagne pistoiesi, posti belli e di nessuno, senza possibilita', tant'e' vero che da li' per sopravvivere parti'ano pe' andà 'in Maremma a far la carbonella, e da qui la 'anzone "sia maledetta Maremma, Maremma". La su famiglia era grande, con tanti figlioli e la su mamma era rimasta vedova da giovane e un c'era nessuno che andasse a fa' carbonella. Ho sempre sentito dire che fosse una gran bella donna, anche il nonno Quintilio "Quinto" l'era.
La domenica il prete diceva il vespero e poi faceva sonare qualchecosa e la gente ballaa. La bisnonna metteva 'l paiolo sul fo'o e ci buttava un paio di pugnelli di pasta, poi prendea la tribu' e ndava 'n chiesa e poi ballava un po', quando ritornaa a casa dentro 'l paiolo c'era da mangia pe tutti. E senno' c'erano le 'astagne e i necci e il castagnaccio. Da Spignana partirono tutti, chi a fà fortuna in Australia, chi 'n Sud Africa, chi 'n Canada e in Ameri'a, degli altri zii non s'ha piu' notizie ma tutti di'ano che abbino fatto tanta tanta fortuna.
Quinto, che era dell' 86, invece lo chiamarono al servizio militare e tiro' la paglia lunga e li' rimase, anzi rimase tre giorni senza divisa e senza scarponi perche' glieli dovettero fà 'pposta, era un metro e novantasei e porta'a 'l 47 di piede.
Il babbo me lo ri'ordo, anche se mori' che aveo 3 anni; mi ri'ordo la 'asa, anche com'era fatta, era sull'angolo di Via della Madonna a sinistra per 'ndare a Porta Lucchese. Il babbo me lo ri'ordo che venia su per le scale, si stava al primo piano, e fischiava anche se sapea, da dottore, che dovea morì e po 'n giorno che si gioca'a a palla e gli ruppi gli occhiali e mi misi a piangere, e poi me lo ri'ordo sul su letto con tutta la gente ntorno, ma nun lo so se era di gia' morto o staa pe morire. Tutto qui.
Come il babbo mori' la mamma nun aveva i quadrini pe vivere, le donne 'un lavoraano e' l babbo un avea maturato la pensione, allora ci riprese in casa il bisnonno Egisto, il nonno della mamma. Era una famiglia grande, c'era il nonno Egisto che era rimasto vedovo nel 27, c'era il figliolo piu' vecchio Angiolo con la moglie Linda, c'era 'l figliolo piu' giovane Aldo. la sorella della mi mamma, la Fabiana. Il nonno Egisto era d'altri tempi, avea sempre'il cappello sul capo e i figlioli gli daano del voi. La casa era grande ma 'l riscaldamento era da una stufa che era solo in sala da pranzo, di quelle stufe di coccio e mi divertivo a fare le palle coi giornali vecchi perche' la stufa si scaldava con quelli, i giornali vecchi d'estate s'adopravano come carta igienica. Il nonno Egisto mori' pochi mesi dopo l babbo, ma mi ricordo che finito di mangiare mi prendeva sulle ginocchia e una volta disse "questo bimbo si dee crescere noi'; e quando mori' il nonno Angiolino fece quello che aveva detto il vecchio e mi crebbe. Il nonno Angiolino era del 99, ''otto maggio, era bello e grande, alto, intelligente, anda' a lavorare 'n bicicletta e mi portaa collui sulla 'anna e fischiava anche se avea lo stecchino n bocca.
Il vecchi'Egisto, che mi pare fosse del 60 o giù di lì, un sapea scrivere, ma solo firmare e fà di 'onto. Anco lui era grande. Anche da vecchio di'ano che gli garbasse la topa. Il mercoledì e'l sabto c'era'l meracto in Piazza del Domo, e lui ci'ndava sempre, passaa da un barbiere che era fra'l Cant'al Balì e san Giovanni, ma lui volea pagare col valore delle vecchie lire fasciste e gli doveano andà dietro e pagà la differenza. Sul mercato andaa'n cerca delle 'ontadine che veniano'l mercato. Lo conosceano tutti. Di'ano che un giorno 'ncontrasse 'na bella sposa e gli fa: "Oh'ndoe'ndate, sposa?" "Egisto e vò alla Provvidenza Sociale!", "Oh'l che ci'andat'a fà?, Eh farissi meglio a venì co'mmeo!"
Al mercato c'eran' ncora i cantastorie, sull'orme della Pastorella del Pian degl'Ontani. Tu gli dai 'n tema e loro te lo canta'ano, come facevano a'matrimoni. "Tutti mi di'ano ch'io canti, ch'io canti! Nessun mi dice che potrei mentire!, ma ho gran paura che la voce manchi e la temenza nun mi lasci dire"
'l nonno Angiolino chiudea bottega ch'era 'via Braciolini davanti al posteggio delle biciclette e accanto 'lla trattoria, a mezzogiorno e mezzo, di mercato verso 'l tocco, tornaa 'n bicicletta,e noi lo s'aspettava; come le si vedea da 'n fondo a via Gorizia s'urlava "arriva' l nonno" e allora la Linda buttaa la pasta o scaldava quello che avea fatto e dicea "su 'vanti tutti, arriva l babbo!".
Lui nun si levaa la giacca, se un era d'estate, che da noi era tanto caldo, ma prendea la coppia di pane e la tagliava a fette contro l petto, allora volea dire che si potea mangiare. A lui gli garbava il culo della coppia, ma dimorte volte un lo trovaa perche' ndavo io a prendere l pane che di mattina o di sera lo si potea fa', allora, e tornando a casa il culo me lo magiavo io, bello, caldo. Se l'avessero mangiato gli altri si sarebbe arrabbiato, ma se lo mangiavo io un s'arrabbiava.
La mattina venia la Sira, che poi era stata la nostra contadina. Venia presto e diverse mattine si fermava dal fornaio e si faceva dare la pasta di pane. La nonna era di gia' n piedi, allora tiravano la pasta e ne faceano dei diti che poi friggevano nell'olio caldo e quando tutti ci s'alzava s'nzuppava la pasta fritta nel caffe' e latte, e sopra al latte ci rimanevano degli occhi d'olio e i diti erano anche salati e l caffe' con l'olio e l sale io l'ho sempre n bocca.
Qualche volta tornava la Sira colla cofaccia, che sarebbe poi la pasta di pane tirata si direbbe a pizza , ma sottile e croccante, e anco quella s'nzuppava nel caffe' e latte. Di 'nverno la cofaccia si facea coi ciccioli, che sapore.
Se un c'era quello o questo, si prendea l pane del giorno avanti e si mettea le fette sulla piastra del fornello elettrico finche' un erano un po' nere e poi ci si mettea un filino di burro e si 'nzuppava. Il burro s'andaa a comprarlo in una botteguggia, anzi ndavo io a comprarlo, e si comprava in panettini da 25 grammi, qualche volta a meta', e la bottega un avea il frigo e l burro lo teneano loro e noi dentro la burriera, che era una vaschettina di vetro piena d'acqua e col coperchio. La bottega, mi ricordo, era della Soridea, e come tutti vendevano un po' di tutto.
L giovedi' faceano i ceci nella pentola di coccio e alle sette la sera s'andava o comprarli con la pentola, allora l giovedi' sera e l nonno tornava con la carne che di solito era la fiorentina e la facea lui sulla piastra elettrica, nessuno potea farla, solo lui, la metteva sulla piastra e n mezzo ci mettea la carta oleata doe l'avea ncartata l macellaio e venia una carne eccezionale. Il venerdi' era di magro e si mangiava altro che merluzzo lesso, allora costaa poo o nulla e la sera, quando Angiolino tornava da lavorare, si fermava e comprava, magari sulla Sala, che sarebbe stato il mercato piccino di Pistoia, l'acciughe e l tonno e si mangiava gl avanzi del mezzogiorno e l tonno e l'acciughe che l nonno le mettea sott'aceto per levargli l sale, col pane nostro, bono, e un pochino di burro.
Il mecoledi' e'l sabato c'era e c'e' ancora l mercato n piazza. e allora l nonno rotornaa verso il tocco o l tocco e mezzo e si magiaa un poino piu' tardi, ma sempre con la cerimonia del pane. La domenica la nonna Linda faceaa i crostini coi fegatini di pollo e'l pollo arrosto, qualche volta l'arrosto di un mi ricordo l che'. quegli altri giorni la nonna si sbizzarriva anche perche' gli'ero sempre ntorno perche' mi ricordo che aveo sempre fame e lei, la bona donna, nzeppa chel bambino dee crescere e io, tu ha voglia, io magiao tutto e principiavo di mattina presto anche perche' un'ero mai fermo.
Del mangiare della nonna mi ricordo bene, perche' lo facea bene, e oggi se fo' da manguare la maggior parte delle cose le fo' perche' mi ricordo come le facea la nonna. Anche alla nonna Linda gli piacea mangiare, tante'vvero che era passata a piu' di cento chili, anche se lei gliera l'ultima a mangiare a tavola ma poi si rifacea cogli avanzi, o nel giorno o la mattina presto quando s'alzava.
Facea le seppie colle bietole n umido, facea la nzuppa di pane coll'osso del presciutto, quello nostro di Pistoia d'allora, che se tu lo dai da mangia' a qualchedun'altro e te lo sputa perche' par che sia altro che sale, e nvece era bono perche' ci'avea tutto quel grassino che ora nessuno lo vole che si sciogliea n bocca e'l nostro pane, fresco e senza sale te lo faceano gustare tutto.
Quando n'avea voglia l nonno riportave l'aringhe, quelle che si vendeano, allora sulla sale, senza tante norme nei bigongioli di compensato e era tutto a cielo aperto, quando n'avea voglia, perche' bisognava pulirle e piaceano ma ci volea tempo e le mani erano tutte puzzolenti, dopo.
Quando era l tempo il nonno riportava i granocchi li lasciaa a ripulissi e poi li si dovea ammazzare e spellaree e tenere altro che'l petto e le zampe, e allora mi ricordo che nessuno lo volea fare e la Linda lo rinchiudea in cucina, che poi era tre metri per uno e mezzo e gli dicea "quando tu'ha finito mi chiami che io pulisco" e'l nonno tirava fori i granocchi dal sacco di yuta e ne tiraa fori uno e ne scappaano tre, ma comunque alla fine tutt 'i granocchierano pronti pe esse fritti e la Linda lo facea e'l nonno pronto per una ripulita perche' parea fosse venuto fori dalla battaglia dell'Ardenne, tutto sangue.
La casa un era lontana dalla stazione e mi ricordo si vedeano ancora le macerie de' i bombardamenti, perche' la citta' era stata bombardata e anche di morto. Le strade eran' ancora sterrate e la gente andava ancora col biroccio, in Via Pratese c'era ancora delle stalle.
Dietro casa c'erano i Vivai di Martino Bianchi, perche' a Pistoia c'erano e ci sono tanti vivai, perche' li', pare, ci possa crescere tutte le piante. I mi amici e io e s'era o in strada a gioca' a pallone o nei vivai colle nostre fionde fatte colle forche di qualche pianta e le camere d'aria delle biciclette o, in stagione, collo "schioccapalle" che era fatto co un ramo di sambu'o, gli si levava l midollo co un ferro caldo, poi si facea una specie di stantufo con un altro ramo, si masticava della carta vecchia e se ne facea delle palline, se ne mettea una in cima al sambuco, una in fodo e poi si spingeva collo statufo e schioccano le palle, o si faceano gli archi con qualche ramo e le frecce colle stecche d'ombrello. Co una di codeste ho anche provato a levà 'n'occhio a un mi' compagno di scola
Quello che ci divertia di piu' era d'aprire i pozzetti dell'acqua che servia a dare acqua alle piante. Allora gl'operai s'arrabbiaveno e ci si rincorrea per tutto il vivaio, e ce n'era uno che con noi ce l'avea proprio, mi ricordo che noi e lo si chiamaa Torso nudo, perche' un mi ricordo d'avello mai visto almeno co una canottiera. Un lo so se noi s'era piu' svelti o se si divertiano anco loro ma un c'ihanno mai preso.
Li' nel vivaio s'anva a rubare un frutto che mi ricordo noi si chiamava la feonia, era una specie di nespola verde e si rubaano e si mangiavano e ci garbavano dimorto ma tutte le volte ci venia la cacaiola.
E qui siamo pressappoco al 1953 o principio del 54.
mi madre cercava anche di trovare da lavorare ma, allora, le donne che lavoraano un erano ben viste.
il nonno gliera un po' duro e mi madre si sentia un po' stretta e allora s'andava a trovare una su amica che si chiamaa Carla e stava dalle parti di Porta al Borgo, che poi era dove c'era la macelleria che aveano messo su i figlioli dell'altro mi nonno che poi un erano figlioli sui ma lui s'era rimesso con questa donna che c'iavea di gia' dei figlioli, e li' c'era anche la fabbrica di plastica del fratello Aldo del mi nonno che si chiamava l'"Aurora". Io dove stesse la carla se ci vo' me lo ricordo ma stava dalle parti di Via Selvaggia Vergiolesi, che poi e' un nome che nun dimentichero' mai nella mia vita perche' ho sempre amato il mi Cino da Pistoia che poi amava questa selvaggiona. Questa carla avea una sorella che parlaa l'inglese e avea principiato a tradurre mi pare i gailli Mondadori o i libri d'Urania. E si staa li' e io giocavo colla figliola della Crala, che, mi pare, si chiamma Paola e dimolte volte si prendea su e s'andava al cinematografo, e'l piu' delle volte s'andaa a un cinematografo ch'era davanti alla Torre di Catilina, in un piazzina piccina e davanti anche alle scole elementari che si chiamavano alle Stinche, che poi un no mai inteso il che volesse dire perche' le stinche da noi vorrebbe dire che aveano le gambe secche, che poi, allora era una prerogativa delle donne di Pistoia. Ma se s'andava al cinema s'avea da essere dimorto attenti perche' l nonno un ci dava le chiavi e bisognava tornare per l'otto si sera,perche' chi un era casa per quell'ora e un mangiava. Io mi ricordo tanti filme che ho visto allora, erano quasi tutti di guerra o di caoboi, perche' alla mi mamma gli garbavano i filme d'indiani. Una vorta mi porto' al cinema del Globo, che era proprio n centro e mi ricordo che il filme era "Via col vento" e lei lo volera vede' tutto ma quando arriva il soldato vestito di ble' e che la Rossella lo spara io ebbi paura e mi misi a piangere e mi madre mi dette du ceffoni e mi porto' via. Bene tanto mi fece paura che io quer filme l'avro' visto cinquanta vorte, questo pero' dopo. Poi mi ricordo 'L'assedio delle sette frecce" e di guerra si vedeano ancora i firme vecchi, io mi ricordo "Giarabub" e mi ricordo che c'era Sordi che moria per fermare co una mitragliatrice un carro armato. Badate che e' vero, io me lo ricordo, e "Uomini sul Fondo". Comunque si passavano le giornate cosi'.
Ai tempi che mi padre era vivo s'andava collui a fare le ferie al Lido di camaiore. Ecco anche qui me lo ricordo. Si stava in una pensione sul Fosso dell'Abate e s'andava al Bagno Augusto. Dopo il Fosso e fino al Principe di Piemonte, 'ndoe, a tempi del duce c'iandaano quelli che aveano quadrini un c'era nulla, c'era una costruzione che si chiamava il Caprice, dopo c'ianno fatto il bandiera Gialla e un mi ricordo l che', ma al Caprice era il posto per i ricconi d'allora e noi s'andava a vede', perche' c'erano le tende per riparare chi c'iandava ma le tende aveano i buchi e noi e diversi altri si guardava dai buchi e mi ricordo che ci sonaa Van Wood colla chitarra, si proprio quello che fa' gl'oroscopi e qualche volta anche il mi' cugino da parte di nonna Linda, Marino Marini, si, perche' la nonna era imparentata sia con Marino Marini che sonaa, sia collo scultore Marino Marini, pare che fosse prima o seconda cugina ed era imparenteta anco col Marino Marini che aveano dato il su' nome alla caserma delle Casermette, quella dell'86mo fanteria, e che, mi pare, fosse anche la Prima medaglia d'oro della guerra d'Abissinia, perche' l'aveano trovato che le zagalie glie veano rotto le mani e le braccia e lui, pare, sparasse dalla mitragliatrice tenendo le du maniglie colla bocca.
Ecco, se s'era fatto i bravi, s'andaa a vede' i ricchi che si divertivino e mangiavino l gelato.
Un mi ricordo per quanto tempo s'ando' in quella pensione. Poi ci si sposto' un po' piu' vanti verso le Focette, ma saranno stati cento metri, dalla signora Flora. S'era mi madre la nonna e io e il sabato sera venia anche il nonno, ma mi ricordo un s'e' mai spogliato, venia in spiaggia colla giacca e l cappello di paglia, e la doemnica l giorno si facea la passeggiata a Viareggio fino al molo e se l nonno era di bon umore mi comprava il gelato da Fappani ma a me mi garbava la Coppa del Nonno. Ma in queste passeggiate c'era anche lo zio Vincenzo e lo zio Aldo, Vincenzo con l'Angiolina, ch' era la su moglie, come detto e anche la sorella del nonno, e Aldo veniva con l'Anna che sarebbe diventata la su moglie nel 53.
Aldo era stato l'ultimo dei figlioli del nonno Egisto, e s'era anche divertito, mi dicano, per andare a sciare alle Olimpiadi del 36 s'era fatto fare l'operazione alle varicose, e cosi' ando' poi a finire in Albania. E ai tempi che a Viareggio andavano i gerarchi anche lui si vestiva d'Orbace, ma d'estate, dovea essere una cosa proprio eccezionale d'orbace d'estate.
qualche sera lo zio Vincenzo ci portava a mangiare in un ristorante ungherese, il che ci facessero degli ungheresi dalle parti del Forte de Marmi un me lo ricordo ma lo zio mi spiegava il Tokai e l mangiare ungherese. Perche' allo zio gli garbava mangià bene e bere meglio. Allora avea principiato a fare la su villa alle focette. Lo zio era stato autiere e avea perso una o du dita in qualche macchina da cardare. Poi s'erano messi, co fratelli, a fare filatura e macchine da filanda. Veniano da Prato. Aveano tutti fatto fortuna, assai. Quando fini' la guerra tutta la spiaggia vicino a Massa era piena di mine, ricordatevi della Costanza della ragione di Vasco Pratolini,e c'erano gli sminatori che ci rimetteano la buccia. Allora chi avea un po' di quadrini ne facea, come sempre, di piu'. Il Benelli, si' quello del super iride col diavolino che tiraa fori i colori, l'avea capito e avea comprato proprio davanti alla futura Bussola, un terreno e c'avea fatto la prima villa, la seconda, la prima era in stile svizzero, perche' l'avea comprata uno svizzero, era tutta bianca. ma siccome Benelli e vincenzo erano amici il Benelli gli avea consigliato di comprare un terreno anche allo zio, che anzi n'avea comprati due, uno proprio tutto minato. Io mi ricordo che quando s'adaa al mare coll'autostrada e poi si prendeva l'Aurelia prima d'arrivare a Viareggio si vedeano ancora sui pini le postazioni dei cecchini; era l nonno che me le facea vedere
Orbene su quel terreno che avea tutti pini marittimi si fece costruire una villa, mi ricordo l'avea progettata l'architetto Scudieri di Firenze e fu chiamata la villa dei pini, perche' l'architetto un avea buttato giu' le piante ma avea fatto la casa attorno alle piante. Allora sulla terrazza davanti c'erano due pini che veniano fori dalla terrazza, su quella di dietro uno e poi ce n'era uno che venia fori proprio appena dentro la porta d'ingresso e uno nella sala da pranzo. Era una villa che nun mi sorder' mai, poi e' venuto l'inquinamento e ha fatto mori' tutto ma no la mi memoria. Poi su questa villa ci ritornero'. L'inaugurarono nel 58, e mi ricordo che costo' il tutto 50 milioni d'allora, quanto fosse costato il terreno un lo so'.
Ma s'era arrivati a circa il 53. Bono l'ero ma poi proprio cosi' bono forse no, un po' vivacino, si direbbe; tant'evvero che decisero che era meglio che andassi a scola un poino prima e allora mi fecero fare la scuola a cinqu'anni. Si principio' che era il primo d'ottobre, e si' allora si principiava il primo d'ottobre e si finia il 31 di maggio. La scola era proprio davanti al teatro Manzoni, vicino vicino ai vigile del fo'o e anche vicino al campo di calcio. poi se mi ricordo tutti i nomi li scrivo. Mi ci portaa mi madre 'n bicicletta, era una scola strana perche' la prima era da se' poi la seconda e la quarta 'nsieme e cosi' anche la terza e la quinta, erano tre stanze. Poi un mi ricordo di piu'. D'inverno mi madre mi mettea sulla bicicletta e mi mettea anche un giornale dentro l cappotto, perche' allora dovea esse' freddo. Quel cappottino un l'ho mai sopportato. Allora andaa di moda il cappotto di casentino che a me ora mi pare l'orbace ma di colore rosso, perche' l'orbace dovrebbe essere un po' grigino, credo. Il nonno s'era fatto un cappotto col pelo sul colletto, n'era avanzato un po' e allora l'aveano messo sul colletto a me. Uno un mi garbaa il rosso e poi un mi garbava l pelo. e allora il cappotto l'ho sempre portato aperto e col colletto che penzolava in giu'. E ancora oggi un posso toccare le pellicce e un mi garba avere ne' la giacca ne'l cappotto chiusi. Boh. di tutto quell'anno un mi ricordo gnente, solo che ebbi un problema ai capelli e che stetti via da scola per un po'. Dicevano che era un problema che venia dalla gatta della zia Milli, la moglie del colonello Alberto, che poi era fratello del nonno. Qunado provarono a mettere a posto il tumore al cervello del babbo andarono anche du' volte a farlo operare a Zurigo, poi mi dissero che era la' anche olive Krona, una volta c'iando' lo zio Nandino, che era il fratello della nonna Linda, quell'atra c'iando' la Milli. Allora quando ritornarono la mi mamma volle regalare qualche cosa alla Milli e a Milano gli compro' una micia persiana di razza che pare costette 5.000 lire. La chiamo' Perla e anche lei aveva il pelo lungo e io un l'ho mai toccata per quel che ho detto prima, La Milli la tenea sempre n casa ma la natura e' natura e qualche volta scappaa e forse l'era tornata con qualche malattia. In una di coteste scappate dovea anche ave' fatto qualchecosa perche' poi nacque un gattino che tennero e siccome allora c'era un filme che s'intitolava "Gano, il duro si San Frediano", lo chiamarono Gano, ma avea l pelo lungo e io un c'io' mai avuto simpatia.
Alla fine dell'anno dovetti fare l'esame per pote' passare alla seconda elementare con la gente normale. Passai. Di quell'anno mi ricordo che mi faceano fare l'aste sul quaderno e che mi madre mi staa dietro perche' facessi gl'esercizi a casa e quando sbagliavo mi daa n ceffone. Forse e' per questo che ho una brutta calligrafia. A me d'imparare a scrivere n m'interessaa gnente, io voleo ndare a gioca' a pallone e a tirare colla fionda alle lucertole.
A maggio di quell'anno mi ricordo che tutti mi prendeano n giro perche' aveo principiato a leggere e a scrivere. A maggio, mentre mi prendeano n giro fori della porta ci si divertia coi baoloppi (che n italiano sarebbero i maggiolini, e che n verita' un n'ho piu' visto). Li prendeano gli metteano sun'ala uno spillino e un filo da calze e oi simi legaano l filo a un dito e'l baoloppo girava e facea runore. Quell'eanno si sara' ndati a fa' le ferie dalla pensione della Flora, mi ricordo che di giorno s'andaa a vedere i burattini e la sera ci si mettea a sede' davanti a n bagno che si chiamaa Il cavalluccio Marino e si cantaa le canzoni che andavano di moda allora. C'era anche la moglie del cugino di mi madre che si chiamaa Aldo e la su' figliola che si chiamaa Alda e a me mi garbava diolto anche se aveo sei anni.
Nell'ottobre del 55 andai alla seconda elementare ma allora alle scole della Vergine, che pii sarebbe stata anche la nostra Chiesa ma allora la doveano rifare e aveano dato da farla all'architetto Michelucci,e aveano spostato la chiesa in un capannone vicino alle cinque stanze della scuola. La mattian prima d'anda' a scola la mi mamma mi mandaa a comprare una Nazionale, si' perche' allora le sigarette si compraano anche una per una e mi pare costasse du lire e li' vedeo la gente ch'andava a lavorare e sicomprara mezzo toscano che poi avrebbe ciccato tutto l giorno fino alla mattina dopo. La scola un n'era lontana da casa e li' avrei passato tutte l'elementari. Il che ho 'mparato un lo so, ma voglia di studiare n'aveo poa, aveo sempre in testa la fionda.
Dimolte volte qundo si venia fori da scola ci si prendea a sassate, un altro divertimento era quello di mettere i capelli lunghi delle ragazze nel calamaio, si' perche' allora si scrivea col pennino e tutti s'avea il calamaio dove, di solito, ci si mettea la carta assorbente dopo averla ciucciata n bocca. La maestra quando mi trovaa mi dava anche du ceffoni che poi si rivedeano a casa e l nonno o mi madre dicea (pare d'esse' oggi) "se la maestra te l'ha date ha fatto bene, io te le do' sopra" e giu' n altro ceffone.
Allora parea che avessi principiato a leggere e a scrivere. L nonno riportava tutti i giorni "la Nazione" e io la leggeo, il mercoledi', mi pare, riportaa anche un giornale un po' giallino, che s'intitolaa "Il Merlo Giallo". Allora leggeo anche quello ma un ci capio niente, ma tante cose di quel giornale mi sono rimaste n mente:intanto n prima pagina c'era una vignettina piccina che s'intitolaa "la notizia di chi se ne frega" e poi n quarta c'en'era n'altra doe il nonno mi dicea che era un tale De Gasperi colla Donna Checca e lo prendeano n giro ma n fondo a destra c'era sempre un faccino, io allora leggeo l Vittorioso co Jacovitti, ma nvece d'aere il salame tagliato c'iavea sempre una tazzina di caffe' e dicea "A Vulite a tazzulella e cafe'?". Anche se me l'avessore spiegato un avrei nteso nulla ma dimolt'anni dopo quando vidi il filme su Salvatore Giuliano mi ricordai e mi ricordai che la faccina era d'un certo Scelba.
Intanto s'era sposato il fratello del nonno, l'Aldo e nel marzo del 54 avea avuto il primo figliolo.
Nel 55 il nonno compro' la 500 familiare, mi pare avesse la targa 4216. Ma a me mi garbava la macchina dello zio Vincenzo che avea l'Alfa Sport e qualche domenica venia da Prato colla zia Angiolina, ci montava e s'andaa a prendere co fiaschi l'acqua pisciosa a Monsummano e poi s'andaa a fa' du passi a Montecatini. Quella macchina correa e una domenia venendo giu' da Searravalle gli disse di correre, tanto traffico allora un c'e' n'era e lui corse e PUM, si vede un foro nel cofano, avea tanto corso che era saltata una pala del ventilatore. Ora l'acqua pisciosa, che prima si potea andare a prendere o alle terme o alle fontane, m'hanno detto, alle fontane un la danno piu', bisogna pagare. Era un'acqua che facea pisciare davvero ma la dovevi prendere subito. E mi raccontavano che a Monsummano era nato Yves Montand, ma io un sapeo chi era.
Ora che s'avea la macchina di domenica si potea andare dove si volea, ma dopo che l nonno avesse sentito alla radio i risultati delle partite di calcio. Di solito s'andaa altro che d'estate, a piglia' un po' di fresco e s'andaa alla Collina e an che li', s'ero stato bono, mi compraano la coppa del nonno.
Colla macchina il mercoledi' sera l nonno mi portaa a Montemurlo a vede de su' contadini, che allora erano mezzadri, il Colzi Nedo e tutti della famiglia,e per la strada compraa dei Toscani da regalargli. E si ritornaa sempre ndietro coll'ova d'anatra che al nonno un gli garbaano ne' poo ne' punto.Io nvece coll'anatre mi ci divertio e poi c'era una stalla grande co vitelli e le vacche che allora o erano alpine o aveano principiato a comprarle in Francia e allora erano bianche e nere. olle vacche e ci s'araa i campi e ti davano quel bon latte che facea 3 dita di panna e che ora tu te lo scordi.
Proprio sopra Montemurlo e c'e' una bella Rocca rettangolare, che a me m'e' sempre garbata, ma un'ho mai provato a vedere il che rappresenta. Pe andare la' si facea la Via Pratese, perche' la strada piu' grande l'avrebbero fatta dopo e io guardavo, andando piano colla macchina, le mi montagne e nun me le scordero' mai come le vedeoo a que' tempi.
Nell'ottobre del 55 andai a scola alla Vergine, e era anche bello perche' si prindipiava il primo d'ottobre e dopo du giorni c'era subito la festa del patrono d'Italia, poi si facea 4 giorni di festa i primi di novembre e allora il nonno mi portaa, il 4, a vede' la caserma Marini co' i camionne militari che poi erano americani della guerra ma c'erano i cannoni e le mitragliatrici e ci si potea anco mont' sopra.
Poi s'arrivava a Natale e si principiava le ferie il 23, il 24 aiutavo la Milli a fare le tartine perche' era'bitudine che la vigilia di Natale si passasse colla Milli e lo zio Alberto e tutta la famiglia e a mezzanotte ci si facesse i regali e si mangiasse le tartine. Io andavo a aiutare la zia perche' io principiavo prima a mangialle.
Il giorno di Natale veniano tutti a mangia' dal nonno che comprava dodici tortellini fatt'a mano a testa per il brodo e poi c'era un po' di tutto, e dopo mangiato si giocaa a "il mercante 'n fiera". Il giorno di Natle s'usava portare i regali ai vigili urbani e loro erano in mezzo alle strade e 'ntorno aveano i dolci e i panettoni e qualchecosa, e'l nonno mi dicea che bisognava rispettarli e che gli si dovea porta' i regali perche' erano persone per bene. Il giono prima si daa la mancia al postino che allora veia du volte'l giorno e in divisa col beretto. poi s'arrivaa all'urtimo dell'anno e giu' anco qui la zia ripreparava le tartine perche' s'aspettaa tutt'insieme 'naltra vorta. Ma l'ultimo dell'anno la zia e anche lo zio lavoravaano assai perche' il primo dell'anno c'era il grande pranzo da loro con tutte le famiglie. Il menu' era sempre eguale. Siccome erano tutti cacciatori la zia preparava il pan di lepre con tutte le cosine .ntorno e poi le pappardelle sulla lepre e l'arrosto di fagiano e da Prato gli zii portaano i brutti boni e tutti i dolcini. Lo zio Alberto che avea'mparato a fa' da mangiare all'Accademia era quello che preparaaa gl'intingoli.
E s'arriva al 56.
M'ero scordato che le vacanze di Natale finiano dopo il 6 di gennaio e quella era la grande mangiata dalla zia Angiolina. S'arrivava tutti verso il tocco o'l tocco e mezzo e si principiava a mangiare d'ogni ben di Dio, anche perche' la zia era dimolto brava. E c'erano i fegatelli colla rete e le pappardelle colla lepre e fagiani e lepri e da bere a volonta' e dolci e intingoli. Si finiva per le 4 o le cinque e all'otto si riprincipiava. Io, aspettando di riprincipiare, guardavo la televisione perche' lo zio Vincenzo aveva comprato la prima televisione nel 53 o 54 alla Fiera di Milano.
Fu l'anno della grande nevicata, la zia Milli riesci' a fare nell'orto du omini di neve, ma d'inverno, sempre, facea i bomboloni come s'usava fare a Gorizia da doe venia. Li facea boni, ma boni e piccinini, colla marmellata che ti riempiano la bocca, quanti n'ho mangiati.
Intanto mi madre s'era trasferita per un po' a Monaco di baviera e quando tornaa portava di quelle stanghe di cioccolata tedesca che mi davano un giorno si' e un giorno no col pane quando andavo a fare la preparazione per la Cresima,con una bella sleppa di pane. Ma poi la cioccolata bisognaa anche rimpiattarla perche' si' io ero ghiotto ma la zia Fabiana di piu'. Nell'aprile del 56 la zia Fabiana si sposo' con Mauro e andarono a stare a Lucca dove lui lavorava, una bella casa vicino allo stadio. Ma la zia era sempre sola, allora trovo' un gatto che chiamo' Augusto, il primo della dinastia, ma il gatto era uso a anda' pe' fatti sua. Il che vol dire che alle ferie del 56 andai diverse volte a Lucca a tene' compagnia. C'ero di gia' stato colla nonna ma s'andava 'n treno e un s'arrivava mai, treni che aveano la terza classe ma noi si viaggiava in seconda. A Lucca mi ci fermai per diverso tempo, di mattina mi divertivo coi figlioli del padrone di casa, il giorno s'anva colla zia o in via Fillungo a comprare il buccellato che m'e' sempre garbato tanto o in Por S. Maria a mangiare i bomboloni o i frati fritti, appunto perche' s'era un po'ino ghiottini. tutt'e ddue
La sera Mauro m'insegnava a fare gli aquiloni che poi di domenica s'andavano a fa' volare sul Serchio, o m'insegnava a tagliare le verdure per il pinzimonio o tante altre cose, perche' era di molto bravo. Lavorava alla Cucirini nel reparto colori e li' buttavano via le guarnizioni dei prodotti chimici. llora lui piegava dei ferri e faceva la forca per la fionda e ci metteva queste guarnizioni. Sicche' le mi fionde erano superiori a tutte quelle dei miei amici che le faceano colle forche degli alberi, poi quando poteva mi portava le palline de cuscinetti a sfera che si rompeano n fabbrica, e quando glia ltri adopravano i sassi e quelle fionde io ero cento volte superiore. E poi aveo mira: si tirava soprattutto alle lucertole ma non per ammazzalle ma perche lasciassero la coda che poi gli ricrescea a forca.
E poi s'arriva a qualchecosa che nun capivo. Siamo all'ottobre del 56. Comncio a sentire di rivoluzioni, in posto che si chiamaano Polonia e poi sulle prime televisioni dal prete si vedea passare i marines a Capodichino che andaano in Libano e poi c'era i paracadusti che andaano in Egitto e che c'era la crisi e che un si passaa piu' dal Canale di Suez e che la benzina era aumentata da 90 a 110 lire perche' bisognaa che le petroliere passassero per un'altra parte ntorno all'Affrica e allora costaa tutto di piu'. E poi a novembre parlano dell'Ungheria. Ma 'ndoe sono tutti questi posti per uno che facea la terza elementare? e 'l nonno che staa a senti' il giornale radio e che lagente scappa dall'Ungheria e che arrivaano i russi co' cari armati e che la gente sparava, e io stavo a sentire a sett'anni che de bambini di poo piu' della mi eta' bottavano le bombe molotov nei cingoli de' carri armati e che i russi gli sparaano. E nessuno mi sapea di' il che fosse na bomba molotov ma c'era de' bamnbini che moriano quasi della mi' eta' e un ci capio gnente, ma mi dispiacea evolevo capire ma nessuno mi dicea gnente anche perche', forse, anche loro un capiano nulla, ma aveano dimolta paura. E ho paura che mi son portato dietro la sindrome dell'Ungheria e ce l'ho sempre 'n mente e un mi passa dopo piu' di conquant'anni. E chi lo sa se ha cambiato un po' anche la mi vita. Me lo diranno di la', loro che sanno tutto.
E poi viene l'nverno, l'inverno del 56, che ha da esse' anche in qualche canzone di un so chi. E viene tanta di quella neve, ma tanta!! Io vo' a scola col cappottino marrone che dovea esse' stato rifatto da un cappotto del mi nonno. Ma la mattina o quando torno colla zia Milli si fa gli omini di neve e se ne fa tre, co i bottoni come si vede ne filme e la mamma un lo so dov'era. Forse 'n Germania. ma io mi divertivo, e si', se no perche' me lo ricordo?
Ma mi so sempre scoradto della festa di San Bartolomeo. So na sempolice io che l'aveano scoiato, a me mi'nteressava che mi portassero al 'hiesa del santo doè arrrivaano le vecchine a piedi da Lamporecchio colle gerle d'alluminio piene di brigidini e sperao che mi ci portassero anche du volte 'l giorno e che mi 'omprassero i brigidini.
Come da tutte le parti a novembre s'ammazaa 'l maiale 'n casa, qualche volta da contadini, e si facea festa. Si mettea 'l sangue dentro i fiaschi co'n po'ino di sale perchè un diventasse duro che si dovea adoprà la settimana a venire, ma le sera c'erea la festa co'fegatini nella rete, coll'interiore e si cpcea la testa pella coppa e si tenea 'l brodo da mette col sangue. Il giorno dopo si facea i presciutti, le spalle, le salsicce, 'l salame, si struggea lo strutto e si facea i ciccioli che poi si mangiavano crudi o colle rape. Il sabato dopo era festa e perchè 'l giorno dopo veniano tutti a mangià' migliacci. E si principia'a 'l sabato col riso sbollito, co pinoli, coll'uvetta e l'ova, el brodo della coppa. La mattina dopo, presto presto, arrivaa la Sira per frigger i migliacci. E era 'na festa. La Sira avea quattro padelle e lo strutto e era svelta e brava, di dietro c'era la mi zia, mi madre e io e come colazione se la Sira ne friggea 10 no' tre se ne mangia 30. Comunque 'n tavola n'arrivaano sempre, a me mi garbavano colla ri'otta.
A tutti ci garba'a 'castagnaccio, ma allora la farina dolce era bona, no come quella d'ora che un so ìl che ci mettano, ma quando n'avea voglia facea le frittelle dolci colla ri'otta. E mi garberebbe tanto rimangià queste robe prima d'andammene.
Ma facea bene anche le frittelle di riso.
Qualche mattina se giraa bene arrivava 'l pan di ramerino.
Sotto Pasqua, un mi ri'ordo 'n che giorno e sol'allora si mangiava una specie di pan di ramerino ma coll'uvetta e si chiamavano le "Scole". Bone, Dio Bono!
O che sia che so vecchio che mi riviene l'acquolina al pensiero, In doe enn'andate tutte codeste 'ose? E la 'ofaccia come la facea allora, no grossa com'ora, ma stiacciata e croccante coll'olio e'l sale e d'inverno co'ciccioli, e si 'nzuppaa nel cafeelatte.


CAPITOLO DUE
Dal 1957 a quando mi fermo

'un mi sovviene di come principiasse il 57, ma mi ricordo che alla fine della scola, che finia al 31 di maggio anda'o subito alle Focette perche'a zia Angiolina avea paura di sta' li' da se' sola e lo zio Vincenzo, 'l su' marito venia il mercoledi' sera pe' anda' via 'l venerdi' mattima e tornare 'l sabato 'l giorno per riparti' 'l lunedi' mattina. e la zia avea paura e gli facea comodo che gli dessi 'na mano. E io ch'andao volentieri, perche' aveano de' cani da caccia e io ci faceo amicizia. Aveano Gisse, un Setter bianco e nero, che ci si volea 'n gran bene.